Ecolalia del culto e morte semiotica della cosa
C’è un’eco nella drammatica esistenza
inanimata delle cose che non si riverbera, sensi e segni che si addensano ma
rimangono imprigionati, invischiati in una palude stigia, affogati in un vasto
fangoso pantano che ogni semiologia stenta a riconoscere. Il silenzio della
Storia piano piano l’impolvera, strati su strati si accumulano fino a
sotterrarli per sempre. Occultati allo sguardo, silenziati nel suono, detersi
da ogni umore odoroso, muoiono nell’indifferenza.
Un bel giorno qualcuno le trova per caso
mentre scava un fosso per sotterrare un gatto morto. La guarda, la osserva
distratto, la tira fuori dal pantano della Storia ma decide che quella cosa è
una cosa da niente. Quella cosa viene gettata di lato sulla terra ammassata
perché il suo posto nel fosso ora sarà del gatto morto. Lì all’aria, la cosa
vorrebbe espletare il suo senso ma l’ossigeno la avvelena, la ossida.
L’atmosfera l’ammala e la Storia la zittisce nuovamente e il ciclo
dell’eterno ritorno dello stesso ricomincia.
L’inizio è la fine come nel serpente
uroboro così, un altro bel giorno qualcuno la ritrova ma questa volta non sarà
il caso. Qualcuno la sta cercando, sono un gruppo, la trovano. La tirano fuori,
la misurano, la mappano, la fotografano, la incasellano, le fanno video,
la archiviano. Dicono che l’aria le fa del male, che l’ossigeno la deturpa, che
la luce l’acceca. La chiudono in una scatola di legno e la sigillano.
Fanno una conferenza stampa, fanno sapere al mondo che quella cosa riguarda
l’umanità. La chiudono in una teca termocontrollata, la gettano in una saletta
di un museo di provincia come qualcosa di poco conto a cui qualcuno, tempo fa,
aveva dato conto.
Un altro bel giorno qualcuno, dicono sia
un esperto, ci scrive un bel articolo sopra su una rivista scientifica
che nessuno legge perché nessuno sa che esiste. Qualcun altro ci fa un libro
dove dice che questa cosa serviva a questo e a quello. La colloca nello spazio,
le dà un tempo e dice che il suo senso è solo in quello spazio e
in quel tempo.
Lontana da quell’archiotempo la
cosa, ci dicono, va solo osservata, scandagliata come un reperto, destituita
dall’agire in altri tempi. Non c’entra col nostro tempo.
Poi arriva l’anima bella, quella che
vive nell’happy end, che dice che quella cosa ci parla, ci racconta
delle cose, è un monito, ci squaderna progetti e ci chiarisce l’oggi. Quella
cosa significa qualcosa improvvisamente. Non è più un silenzio nel tempo, è una
storia che fanno blaterare. Arriva lo storytelling, arriva di nuovo la morte.
La Storia rifà il suo giro, risotterra
la cosa ma oggi è avvenuto uno scarto, una metamorfosi simbiotica dell’eterno
ritorno. La cosa non verrà ricoperta da strati di polvere e scarti del tempo ma
da un oceano blaterante di suoni e parole sfuggiti dalla magnificenza del
silenzio.
Ora la cosa muore eternamente
nell’impossibilità di essere riscoperta, di avere altri sensi, di risorgere
come l’araba fenice. È una fine semiologica soprattutto. Non si mutila la legge
del ritorno, non c’è scampo, si uccide la possibilità della proliferazione
cancerosa dei segni in cambio dell’ecolalia del culto della cosa.
La cosa santificata diventa cult, diventa
cool, è colta per qualcuno. La contemplazione stende il suo velo e come per un
Cristo velato file distratte pregano all’altare in ginocchio, con movimenti
dinoccolati da bulimici affranti.
Dopo qualche ora il museo chiude e sulla
vita musealizzata si spengono i riflettori. La cosa adesso è al buio, dorme
pigramente un sonno che dura e durerà millenni.
Qualcuno vorrebbe contemplare questo
sonno. Quel qualcuno sono io. E sento un sapore dolciastro di sangue montarmi
in bocca: è l'emorragia interna del senso. Restare a guardare, con questo mio
occhio elegiaco ed estatico, non è un omaggio, ma un'autopsia. È lo sguardo del
predatore che ha già imbalsamato la preda. Sono io l'artefice di questo limbico
morire; sono io che, non invischiandomi, la uccido con la pura distanza.
La Gravano contesta l'idea che l'arte o
il mondo vadano semplicemente "osservati". Per lei, lo sguardo è un
impegno. "Lo spettatore non è mai un ricevitore passivo, ma un produttore
di senso che riattiva l'immagine attraverso il proprio corpo e la propria
storia… Contemplare è un lusso che dimentica la responsabilità di chi
guarda."
Karl Marx nelle Tesi su Feuerbach
dà così il "colpo di grazia" alla filosofia puramente
contemplativa: "I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi
diversi; si tratta però di mutarlo".
Ecco la potenza polisemica delle parole.
Mutare: dal latino mūtāre, indica sia la sostituzione fisica di
oggetti/persone (mutare casa, pelle) sia la trasformazione profonda (mutare
idea, vita), oltre all'uso specifico nel gergo tecnologico ("mutare"
per silenziare).
Al cospetto della cosa siamo obbligati
ad aderire al dovere etico di mutarla. Sta a noi scegliere se cambiare la sua
sorte o silenziarla per sempre.

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