Una De-costruzione della "Storia del Suono" di Marco S. Sozzi
L'Exergue: Il Suono come Traccia e l'Impossibilità della Presenza Pura
L’opera di Marco S.
Sozzi, La storia del suono. Da Pitagora agli MP3, pubblicata da Laterza,
non si presenta semplicemente come una cronaca storiografica o un manuale di
fisica acustica, ma come un’iscrizione complessa che interroga, forse
involontariamente, i fondamenti stessi della metafisica della presenza.
Scrivere una "storia" del suono significa, fin dal principio,
misurarsi con l’evanescenza costitutiva di un fenomeno che sembra sottrarsi
alla fissità del logos per rifugiarsi nell’immediatezza della phoné.
Tuttavia, come Jacques Derrida ha magistralmente dimostrato in La voce e il
fenomeno, questa immediatezza è sempre già una finzione: la voce, pur
sembrando il luogo della trasparenza assoluta a sé, è strutturalmente abitata
dalla traccia, dal differimento e dalla spazializzazione.
Sozzi, professore di
fisica sperimentale all'Università di Pisa, ci conduce attraverso tremila anni
di scoperte, ma ogni tappa di questo viaggio – dal monocordo pitagorico agli
algoritmi di compressione contemporanei – rivela una tensione aporica tra il desiderio
di catturare il suono nella sua "verità" e la necessità di ricorrere
a supplementi tecnologici, matematici e grafici che ne sanciscono
l'irrimediabile allontanamento dall'origine. Il libro diventa così una
grammatologia del sensibile, dove il suono non è mai un "ente
presente" in un punto-ora assoluto, ma il risultato di un gioco di rinvii
differenziali che Sozzi analizza con il rigore dello scienziato e la passione
del divulgatore.
Il tentativo di Sozzi
di rispondere alla domanda "che cos'è davvero il suono" ci pone
dinanzi al limite del dicibile. Il suono, nel momento in cui viene
"sentito", è già passato; è un trauma che può essere individuato solo
dai suoi effetti postumi, come un'iscrizione che avviene nel silenzio della
coscienza temporale. In questo senso, la ricerca di Sozzi non è solo una storia
della scienza, ma una fenomenologia dell'assenza, dove l'ascolto si configura
come un'apertura all'orecchio dell'altro, a una risonanza che ci precede e ci
eccede.
Il Monocordo di Pitagora: L'Archi-scrittura del Rapporto Numerico
Il viaggio inizia
dall'antichità, dalle intuizioni di Pitagora che vedevano nei rapporti numerici
la legge segreta dell'armonia musicale.2 Qui incontriamo la prima grande operazione di
decostruzione del fonocentrismo naturale: Pitagora non si limita ad ascoltare,
egli scrive il suono attraverso il monocordo. La segmentazione della corda è un
atto di spazializzazione del tempo sonoro. Il numero diventa il supplemento che
garantisce la presenza ideale del significato (l'armonia) al di là della
caducità dell'evento fisico.
La domanda che Sozzi
pone sull'arbitrarietà delle sette note ci riporta alla "decisione senza
motivo" che sta alla base di ogni sistema semiotico. Perché sette e non
dodici, o venti? La fisica del suono, con i suoi armonici e le sue frequenze,
offre una base empirica, ma la scelta della scala è un atto di
"istituzione" che trasforma il continuum naturale in un
sistema discreto di tracce.
Sozzi evidenzia come,
per secoli, questa relazione abbia guidato la conoscenza del mondo.2 Tuttavia, questa "conoscenza"
è sempre già una traduzione: il suono viene ridotto a geometria, il tempo a
spazio. La formula della frequenza fondamentale di una corda vibrante, che
potremmo esprimere come:
dove è la lunghezza,
la tensione e
la densità lineare, mostra come l'identità
sonora sia funzione di variabili spaziali e materiali. L'essenza del suono è
dunque differita in una serie di parametri che non sono il suono stesso, ma le
sue condizioni di possibilità trascendentali.12
L'Età Moderna e la Visualizzazione dell'Invisibile: Galileo, Newton,
Kircher
Con l'avvento dell'età moderna, la storia del suono subisce una trasformazione oculocentrica che Sozzi documenta con dovizia di particolari, citando figure come Galileo Galilei, Isaac Newton e Athanasius Kircher. Galileo, in particolare, compie un passo decisivo nel mostrare che il suono è "movimento": osservando la polvere che danza su una piastra vibrante, egli trasforma l'udibile in visibile. Questa è la "farmacia" di Galileo: il vedere diventa il pharmakon che cura l'incertezza dell'udire, ma allo stesso tempo ne uccide la natura propriamente vocale per ridurlo a fenomeno meccanico.
Athanasius Kircher, con le sue macchine sonore e le sue teorie fantastiche ma profetiche, rappresenta per Sozzi un punto di snodo fondamentale.2 Kircher cerca di "scrivere" il suono attraverso l'architettura e la meccanica, creando dispositivi che sono veri e propri parergon – ornamenti che non sono estranei all'opera, ma che ne definiscono i confini e le possibilità di manifestazione. In questa fase, la metafisica della presenza cerca di "garantire l'essere come presenza" attraverso la rappresentazione grafica e spaziale delle onde.
Sozzi sottolinea come la conoscenza si sia sviluppata lentamente, attraverso un dialogo tra natura e creatività umana.2 In termini decostruttivi, questo dialogo è un "abitare la différance", un processo in cui lo scienziato non scopre una verità preesistente, ma partecipa alla costruzione di un sistema di tracce che chiamiamo "fisica acustica".6 Il suono non è più la voce dell'anima, ma la vibrazione della materia, una "traccia di godimento senza-senso" scritta nel corpo fisico del mondo.
L'analisi di Newton
sulla propagazione del suono nell'aria introduce la dimensione della
temporalità e della resistenza del mezzo. La velocità del suono , espressa dalla relazione:
dove è il modulo di elasticità e
la densità, indica che il suono non è mai
"puro", ma dipende sempre dalla contaminazione con il significante
materiale (l'aria, l'acqua, il solido). Non esiste suono nel vuoto: l'assenza di materia è
l'assenza di traccia, e dunque l'impossibilità della presenza sonora.
L'Anatomia del Limite: Il Timpano e l'Orecchio dell'Altro
Uno dei capitoli più densi di Sozzi riguarda il funzionamento dell'udito, un sistema così sofisticato da non poter essere replicato da alcun algoritmo.2 Qui la narrazione scientifica incontra la metafora filosofica più potente della decostruzione: il timpano. Come nota Derrida nel saggio Timpano in Margini della filosofia, questa membrana è tesa obliquamente (loxôs), separando l'orecchio esterno (il mondo) dall'orecchio medio e interno (la cassa, l'interiorità).
L'obliquità del
timpano, descritta da Sozzi in termini di efficienza vibratoria, è per il
filosofo il segno di una postura che interrompe l'ortogonalità del logos. Noi
non ascoltiamo mai "dritti": l'ascolto è sempre un atto di sbieco,
un'interpretazione che deve "filtrare, selezionare, scegliere,
decidere". Sozzi osserva quanto ancora ignoriamo dell'udito, e in questa
ignoranza risiede il "segreto" del suono, quel resto che si sottrae
alla fenomenalità e che richiede una responsabilità assoluta da parte di chi
ascolta.
Ascoltare, suggerisce
Sozzi, è un'attività soggettiva e specifica. Per Derrida, è "l'orecchio dell'altro" che
permette di costituire il soggetto: io mi ascolto parlare solo attraverso il
rinvio a un'alterità che mi abita. La finezza dell'udito, di cui Sozzi loda la
perfezione, è dunque la capacità di accogliere l'estraneo, di ospitare il
rumore del mondo trasformandolo in senso, senza mai dimenticare che qualcosa
rimarrà sempre "non detto e non dicibile".
La Rivoluzione Digitale: MP3 e l'Erasing della Traccia
L'ultima parte del
saggio di Sozzi affronta le tecnologie contemporanee, dall'elettricità ai
sintetizzatori, fino ai CD e agli MP3. Questo passaggio segna il culmine della
grammatizzazione del suono. Se la registrazione analogica conservava ancora un
legame di "impronta" con l'evento (la traccia nel vinile), il
digitale opera una rottura radicale: il suono viene ridotto a bit, a una serie
di zero e uno che non hanno alcun rapporto di somiglianza con la sorgente.
L'algoritmo MP3, in
particolare, è un esempio affascinante di "scrittura dell'erasure della
traccia". Esso si basa sulla psicoacustica per eliminare le frequenze che
l'orecchio umano, per limiti fisiologici o per effetto di mascheramento, non
percepirebbe. È una tecnologia che costruisce la "presenza" del suono
attraverso la sua sistematica cancellazione. Qui l'empirico e il trascendentale
si intrecciano: il modello matematico (l'ideale) determina ciò che deve restare
del suono (il sensibile).
Sozzi esplora con
precisione come queste tecnologie abbiano cambiato il nostro rapporto con il
suono. Dal punto di vista filosofico, siamo di fronte a una deriva
interpretativa in cui il senso non è più identificabile in modo univoco. La
musica digitale è una "ripetizione creatrice" che non ha più un
"arché" o una verità trascendente. Ogni riproduzione di un file MP3 è
un evento che non ha zoccolo archeologico, individuabile solo dai suoi effetti
postumi sul corpo e sulla mente dell'ascoltatore.
La compressione dei
dati è il supplemento che permette l'iterabilità infinita del suono a costo
della sua integrità spettrale. Ma, come ci ricorda Derrida, la "presenza
pura" è un mito: il suono è sempre stato "compresso" dalla
nostra percezione, sempre già mediato da strutture di riferimento
generalizzato. L'MP3 non fa che rendere esplicita l'aporia della presenza:
qualcosa è presente solo se è iterabile, ma se è iterabile, allora non è mai
pienamente presente in se stesso.
L'analisi di Sozzi
approda all'MP3, vertice della grammatizzazione digitale dove il suono viene
ridotto a bit, una serie di zero e uno privi di somiglianza con la sorgente.2 L'algoritmo opera una "scrittura
della cancellazione", eliminando le frequenze che l'orecchio non
percepirebbe per costruire una presenza fittizia attraverso la sottrazione. In
questo contesto, le pratiche contemporanee di field recording e soundscape
emergono come un tentativo di riabitare la traccia sonora al di là della sua
riduzione algoritmica.
Il field recording
non è la cattura di una presenza pura, ma la documentazione di un'"assenza
presente". Artisti come Hildegard Westerkamp, attraverso il soundwalking,
trasformano il microfono in uno strumento di ricerca soggettiva e riflessiva,
dove la voce stessa dell'autore diventa parte del paesaggio sonoro, rompendo
l'illusione di un osservatore neutro. Queste pratiche mettono in discussione la
distinzione tra "naturale" e "artificiale": un field
recording di una zona umida (wetland) può rivelare la tensione tra il canto
degli uccelli e il rombo dei motori aerei, creando una realtà sonora fabbricata
che interroga il nostro dominio ecologico.
Se R. Murray Schafer,
con il concetto di acoustic ecology, cercava di distinguere tra paesaggi
"hi-fi" (naturali e chiari) e "lo-fi" (industriali e
confusi), la decostruzione ci insegna che questa gerarchia è una nuova forma di
metafisica. Non esiste un suono "puro" da restaurare; ogni ascolto è
una negoziazione di potere e spazio. Il field recording diventa quindi una
pratica di "hauntology" (ontologia dello spettro), dove il suono
registrato è un fantasma che ritorna da un tempo e uno spazio differenti,
frammentando la linearità della storia.
L'Universo Risonante e l'Antropocene Sonoro
Il libro di Sozzi non
si chiude nelle mura di un laboratorio o di una sala da concerto, ma si apre
all'astronomia e alla medicina, mostrando come le scoperte sulla natura del
suono influenzino ambiti inaspettati. Il cosmo stesso viene oggi
"ascoltato" attraverso le onde gravitazionali o la radiazione di
fondo, segnali che la scienza traduce in frequenze udibili per
"ricostruire ciò che accade, è accaduto e accadrà nel nostro
universo".
Questa "grande
avventura del suono" ci pone dinanzi alla responsabilità di leggere i
messaggi nascosti nel cosmo.1 In un'epoca segnata dal dibattito sull'Antropocene,
il suono diventa una parola chiave per comprendere il nostro impatto sul mondo
e la nostra posizione nel tempo. Se l'uomo è il "primate che diviene
umano" attraverso il linguaggio e la voce, come sostiene Agamben in
dialogo con Derrida, allora la storia del suono è la storia della nostra stessa
origine e del nostro possibile tramonto.
Il suono del cosmo è
l'esempio estremo di una "scrittura avant la lettre": una serie di
tracce fisiche che precedono ogni coscienza umana e ogni lingua storica. Lo
scienziato che ascolta le stelle è colui che accoglie l'ospitalità assoluta di
un segnale che non ha mittente né destinatario immediato, ma che chiede di
essere "decodificato" in una pratica di scrittura e riscrittura
infinita.
Acustemologia e Antropologia del Suono
L'espansione del
discorso verso l'antropologia socioculturale ci permette di leggere il lavoro
di Sozzi sotto una nuova luce. Steven Feld ha coniato il termine acustemologia
(fusione di acustica ed epistemologia) per indicare il suono come una
"conoscenza-in-azione", un modo di conoscere il mondo attraverso
l'ascolto. Il suono non è solo un dato fisico, ma un agente sociale e politico
che può articolare proteste, stabilire legami o definire identità comunitarie.
Nelle pratiche
contemporanee italiane e internazionali, la ricerca sonora esplora territori
marginali, trasformando l'ascolto in un atto di responsabilità etica verso
l'altro. L'antropologia del suono oggi indaga come gli esseri umani vivano gli
ambienti sonori in condizioni storicamente mutate, analizzando manufatti
sonori, desideri uditivi e il rapporto tra corpo e macchine. Il silenzio e il
rumore non sono più polarità fisse, ma convenzioni sociali e politiche
utilizzate per includere o escludere soggettività.
Conclusioni: L'Eco di un Segreto Inesauribile
La storia del suono di Marco S. Sozzi si rivela, alla fine
di questa analisi, come un'opera che non esaurisce il suo oggetto, ma lo apre a
nuove interrogazioni. La precisione della fisica sperimentale non chiude il
mistero del suono, ma lo sposta più in là, in quel territorio di "indecidibilità"
dove la verità non è un ente afferrabile, ma un processo di costante
differimento.
Sozzi ci ha consegnato
una narrazione appassionata e rigorosa, capace di tessere insieme scienza,
musica e tecnologia. Tuttavia, come ogni
grande testo, esso contiene delle "smagliature", delle omissioni
necessarie che permettono al lettore di inserire il proprio ascolto obliquo. La decostruzione del suono ci insegna
che non esiste un "grado zero" della percezione, ma solo una serie di
supplementi che ci permettono di abitare il mondo sensibile.
In questo senso, il
libro di Sozzi è esso stesso un pharmakon: una cura contro l'ignoranza e
la superficialità con cui trattiamo i fenomeni quotidiani, ma anche una
provocazione che ci costringe a riconoscere la strutturale inadeguatezza di
ogni nostra pretesa di possedere la verità ultima del suono. La storia del
suono continua, dunque, non come una linea retta verso il progresso, ma come un
"invio costante" che esige la nostra risposta, un tremore davanti
alla solitudine assoluta dell'ascolto.



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