Disegnare l'Invisibile. Note ai margini di un mondo che suona


Sul libro "Il disegno del paesaggio sonoro" di Francesco Bergamo, Mimesis Edizioni, 2018


C'è un paradosso che abita ogni mattina: apriamo gli occhi, e il mondo è già là — fatto di linee, di ombre, di colori che si offrono allo sguardo come se esistere significasse anzitutto apparire. Eppure, prima ancora che la luce raggiunga la retina, il suono è già entrato in noi. Il vento oltre la finestra, il passo di qualcuno nel corridoio, il respiro della città che si sveglia. Viviamo immersi in un paesaggio che non vediamo mai, perché lo abitiamo da dentro — e Francesco Bergamo, in questo libro denso e aperto come una mappa senza confini, ci pone davanti a una domanda che brucia per la sua semplicità: come si disegna ciò che si ascolta?


L'occhio che non basta

La civiltà occidentale ha lungamente privilegiato la vista. Platone metteva gli occhi dell'anima a contemplare le Idee; la prospettiva rinascimentale costruiva il mondo come uno spettacolo offerto a un osservatore immobile; la cartografia moderna ha trasformato la Terra in una superficie misurabile, conquistabile, posseduta dallo sguardo. Bergamo interroga proprio le relazioni tra cultura visuale e cultura uditiva, mettendo in tensione il disegno — come pratica e come disciplina — con la nozione stessa di rappresentazione.

Ma il suono non si lascia catturare così. Il suono non ha bordi. Riempie lo spazio senza occuparlo, attraversa i muri, si deposita nella memoria senza chiedere il permesso. Un paesaggio sonoro non è qualcosa che si guarda: è qualcosa dentro cui si sta. Ed è questa intimità radicale, questa impossibilità di prendere distanza, che rende il problema della sua rappresentazione così filosoficamente vertiginoso.


Il soundscape e la sua storia

Il concetto di soundscape — paesaggio sonoro — nasce nel pensiero del compositore canadese Raymond Murray Schafer, che già negli anni Settanta aveva capito che l'ecologia non poteva essere solo visiva. Il mondo suona, e ogni luogo ha la sua firma acustica: il crepitio dei boschi, il brusio di un mercato, il silenzio carico di una cattedrale. Bergamo indaga metodologie e pratiche transdisciplinari per rappresentare gli aspetti sonori di paesaggi, ambienti e territori, partendo proprio dagli strumenti dei soundscape studies e incrociandoli con i modelli eidografici tipici delle mappe.

La parola eidografico merita una sosta. Dall'greco eidos — forma, aspetto, ciò che appare. La mappa è da sempre una riduzione: prende il territorio e lo comprime in un segno. Ma il territorio sonoro non ha forma stabile, non ha confini stabili, non ha nemmeno un'unica voce. Bergamo concorda con l'antropologo Tim Ingold sulla necessità di non abusare del suffisso -scape, perché il termine soundscape rischia di oscurare la specificità dell'ascolto rispetto alla semplice emissione sonora, e di appiattire l'esperienza auricolare su categorie visive che non le appartengono. C'è qualcosa di fondamentalmente onesto in questa cautela terminologica: non ogni domanda merita una risposta che ne neutralizzi la tensione.


Deleuze e l'orecchio impossibile

È qui che entra in scena Gilles Deleuze — e con lui, il libro si apre verso orizzonti che vanno ben oltre la teoria dell'architettura. Il lessico deleuziano, con le nozioni di "ambiente" e "territorio" sviluppate in Mille plateaux (1980), interviene a ridefinire la stessa nozione di "paesaggio", mostrando articolazioni che la tradizione cartografica non aveva saputo vedere.

In Deleuze, il territorio non è un dato — è una costruzione, un processo di territorializzazione che passa attraverso gesti, ritmi, suoni. Gli animali delimitano il loro spazio cantando. L'uccello che canta all'alba non sta semplicemente comunicando: sta disegnando un territorio con la voce. E noi umani? Anche noi abitiamo i luoghi attraverso i suoni che emettiamo e assorbiamo — le nostre città hanno una voce, i nostri quartieri hanno un timbro, le nostre case suonano diversamente a seconda dell'ora e della stagione.

L'installazione sonora di John Luther Adams — Naalagiaġvik, nome che rimanda al luogo in cui la poetessa e sciamana inuit Uvanuk affermava di poter ascoltare il respiro del mondo — viene descritta da Bergamo come un dispositivo che trascende le facoltà sensoriali umane, avvicinando il visitatore a qualcosa di simile all'orecchio impossibile, assoluto e disincarnato, che Deleuze desiderava.

Un orecchio che non appartiene a nessuno e appartiene a tutti. Un ascolto senza soggetto. È questa, forse, la frontiera più inquietante e più bella che il libro indica: la possibilità di un'esperienza del mondo che non passa attraverso l'io che percepisce, ma attraverso la percezione stessa come evento cosmico.



Mappare ciò che non si ferma

Il secondo capitolo del libro non è dedicato a un approfondimento teorico, quanto a una tipologia delle diverse rappresentazioni sonore censite dall'autore — a significare il primato dell'esperienza del paesaggio sulla sua elaborazione discorsiva, e la singolare rilevanza di ogni occasione critica. È una scelta metodologica che dice molto: il suono chiede di essere incontrato prima di essere classificato.

Le pratiche di sound mapping esplorate da Bergamo spaziano dall'arte sonora alle installazioni ambientali, dalla notazione musicale sperimentale alle mappe partecipative. Ognuna di esse è un tentativo — parziale, situato, imperfetto — di fermare ciò che per sua natura scorre. Un po' come cercare di disegnare il vento: non il vento in sé, ma la traccia che lascia, il modo in cui piega l'erba, il suono che produce passando tra le foglie.

C'è qualcosa di profondamente umano in questo tentativo. Da sempre l'uomo vuole lasciare un segno del mondo che percepisce, vuole che la sua esperienza non si perda nel silenzio del tempo. Le prime pitture rupestri non erano solo immagini di animali: erano il tentativo di trattenere qualcosa che altrimenti sarebbe scomparso. Il disegno del paesaggio sonoro è, in fondo, la stessa ambizione — solo che ora l'oggetto è il suono stesso, quella cosa imprendibile che esiste solo mentre accade.


Il paradosso della rappresentazione

Il terzo capitolo presenta e discute i paradossi, le questioni salienti e le potenzialità dei progetti di mappatura sonora, alla luce dei modelli e delle pratiche contemporanei del disegno e della rappresentazione. E i paradossi sono reali, non retorici. Come si rappresenta qualcosa che esiste solo nel tempo? Come si fissa su una superficie — che è spaziale, che è statica — un'esperienza che è per definizione dinamica, temporale, corporea?

Impegnarsi nell'analisi del disegno del paesaggio sonoro — sondando il terreno in cui si incontrano segno grafico e suono — significa non limitarsi a "scrivere" la storia del paesaggio, né ricorrere necessariamente a "forme umane". Piuttosto, la questione di comprensibilità posta da una categoria così sfuggente può essere affrontata attraverso un percorso inter- o trans-mediale.

La transmedialità è la risposta al paradosso — non la sua soluzione, ma la sua forma più onesta. Accettare che nessun medium da solo basta. Che il suono chiede il segno, e il segno chiede il suono, e nessuno dei due è mai completo senza l'altro.


Una meditazione finale

Il libro di Bergamo si apre, con arguzia, con una citazione di Rainer Maria Rilke — poeta che più di ogni altro ha saputo ascoltare l'invisibile, dare voce alle cose che non parlano, trasformare il silenzio in materia poetica. C'è qualcosa di giusto in questa apertura: perché il problema del paesaggio sonoro è, in ultima istanza, un problema poetico prima che scientifico.

Dove finisce il suono del mondo e dove comincia il silenzio? Dove finisce il silenzio e dove comincia il pensiero? Ogni mappa sonora è una risposta provvisoria a queste domande — e ogni risposta provvisoria è, a suo modo, un atto di umiltà davanti alla complessità del reale.

Viviamo in un mondo che non smette mai di suonare. Forse il più grande atto di presenza che possiamo compiere è semplicemente questo: fermarci, chiudere gli occhi, e ascoltare.

 

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